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Regole della comunicazione e mondo della formazione

Quando si progetta un corso digitale c’è sempre il rischio di guardarlo dal punto di vista di chi lo costruisce. Ci si chiede se tutti gli argomenti siano presenti, se le informazioni siano corrette, se gli esempi funzionino, se il corso risulti abbastanza chiaro e interattivo.

Sono domande necessarie, ma serve allargare lo sguardo, altrimenti si rischia di perdere di sottostimare un semplice principio: i contenuti e i concetti presenti in un corso non coincidono totalmente con quello che il partecipante porta via con sé.

Un principio molto semplice della comunicazione dice che, alla fine, conta ciò che arriva all’interlocutore, non ciò che avevamo intenzione di trasmettere. Applicato alla formazione, questo principio mette in discussione uno dei criteri con cui ancora oggi si valuta spesso la qualità di un corso: la completezza.

La formazione ha una sua perdita di carico

Ogni comunicazione subisce una dispersione. Non tutto ciò che vogliamo dire entra davvero nel messaggio, non tutto ciò che comunichiamo riceve attenzione. Poi non tutto ciò che viene recepito viene compreso e ricordato.

Per la formazione possiamo anche aggiungere che non tutto ciò che viene ricordato viene poi utilizzato quando serve.

Tenere a mente questi principi cambia il modo in cui progettiamo la formazione. Se assumiamo seriamente questa prospettiva, progettare attività formative vuol dire organizzare bene i contenuti e, soprattutto, chiedersi con totale sincerità:
quali elementi non ci si può permettere di permettere di perdere per strada?

Questo può voler dire tagliare qualcosa, ma non necessariamente. Può voler dire, ad esempio, riprendere un concetto in momenti diversi, senza darlo per acquisito perché gli abbiamo dedicato una schermata, trasformare un’informazione in una decisione, collegarla a un caso realistico, farla usare in un contesto vicino al lavoro.

C’è una differenza tra ciò che una persona deve ricordare e ciò che deve semplicemente sapere dove trovare. Fare attenzione ai vizi formativi è un elemento dell’apprendimento soprattutto nei contesti aziendali, dove le informazioni disponibili sono spesso molte più di quelle che è utile memorizzare.

Un corso comunica anche il modo in cui considera chi lo segue

Si dice che ogni comunicazione che trasmette un contenuto, costruisce anche una relazione. Per un corso vale lo stesso principio alla fine. Lo fa attraverso il linguaggio, le scelte di interfaccia, il tipo di attività che propone, il margine di autonomia che concede, il modo in cui restituisce un errore.

Un corso che obbliga a completare ogni elemento prima di procedere, che propone domande con una risposta evidentemente corretta e tre alternative improbabili, o che interrompe continuamente il percorso per verificare se il partecipante “stava attento”, sta implicitamente definendo una certa idea di chi apprende.

Non è che queste soluzioni siano sempre sbagliate, ma bisogna tenere presente ed essere consapevoli della relazione che stiamo costruendo con chi seguirà il corso. Se ci rivolgiamo a persone che ogni giorno prendono decisioni anche di una certa complessità, non possiamo progettare come se avessimo davanti studenti da accompagnare verso risposte già evidenti. Almeno non se l’obiettivo è sviluppare competenze.

Interagire per comprendere

Nel digitale chiamiamo “interazione” molte cose: un tab, un hotspot, un drag and drop, una domanda a scelta multipla. Dal punto di vista tecnico lo sono tutte, ma da quello didattico, la questione è un’altra. Un’interazione è valida quando permette di far emergere qualcosa del modo in cui il partecipante sta ragionando. Quando chiediamo di scegliere una priorità, prevedere una conseguenza, prendere posizione in una situazione ambigua o distinguere tra alternative plausibili, stiamo usando l’interazione per rendere visibile un processo mentale.

Cambia anche il ruolo del feedback. A che cosa serve se non lavora sulle “aree grigie”? Nella realtà professionale, del resto, i problemi raramente si presentano con una soluzione corretta e tre alternative assurde. Più spesso occorre scegliere tra possibilità tutte difendibili, tenendo conto del tempo, delle informazioni disponibili, delle pressioni organizzative e delle conseguenze delle proprie decisioni.

Cosa è, allora, essenziale comunicare?

Che cosa dovrebbe essere ancora disponibile dopo una settimana?

  • Quale errore dovrebbe essere più facile riconoscere?
  • Quale decisione dovrebbe diventare più solida?
  • Quale comportamento vorremmo rendere più probabile?

La completezza non deve essere il principale indicatore di qualità. Meglio lavorare su cosa si vuole che incida nella formazione. Si lavora sempre su destinatario della formazione e quindi bisogna saper comunicare con lui. Non facciamoci prendere dal “narcisismo del formatore” che vuole mostrare ciò che sa e mettere in evidenza tutto lo scibile. La formazione fatta così non regge. Lasciamo spazio alla comunicazione come momento di interazione vera e viva.

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