Le corporate academy sono diventate un tema di conversazione ricorrente: se ne parla ai convegni, se ne scrive sulle riviste di management. Eppure, quando si prova a scattare una fotografia d’insieme del fenomeno in Italia, l’immagine resta sorprendentemente sfocata. E quella sfocatura, a ben vedere, è già una notizia su cui riflettere.
Quel (poco) che sappiamo
Il punto di partenza è noto: la prima vera academy italiana nasce nel 2001 con ENI Corporate University. Da lì il fenomeno è cresciuto, parallelamente alla ricerca sul campo a livello internazionale; ma la misura più citata arriva da una singola rilevazione del Sole 24 Ore, che contava circa 40 academy nel 2015 e circa 160 nel 2021, concentrate soprattutto nel Nord — Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte — con una netta prevalenza del manifatturiero, affiancato da banche, assicurazioni, tech e alimentare. Sul fronte della formazione in generale, l’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano fotografa una media di 43 ore pro capite nel 2024, in crescita dell’80% rispetto alle 24 ore del 2015.
Per dare profondità al dato basta guardare oltreconfine: negli Stati Uniti il modello nasce quasi un secolo fa (il General Motors Institute è del 1927, la celebre Crotonville di General Electric del 1956) e conta oggi migliaia di corporate university. Al confronto, l’esperienza italiana è giovane, concentrata e ancora in costruzione.
I casi che brillano (perché li raccontano loro)
Alcune realtà hanno fatto dell’academy una bandiera, e i numeri li conosciamo perché le aziende stesse li pubblicano. ENI Corporate University dichiara oltre un milione di ore di formazione tra aula e digitale; la Generali Group Academy afferma di coinvolgere il 100% dei dipendenti; Angelini Academy ha dedicato al tema un White Paper ospitato da Harvard Business Review Italia, con la firma accademica della SDA Bocconi. E poi, troviamo ancora: l’Università del Caffè di Illy, la Mediolanum Corporate University, la Human Academy di NTT Data, le esperienze di Pirelli e Prysmian.
Qui serve però una lente critica: questi numeri sono quasi sempre auto-dichiarati, nati in contesti di comunicazione istituzionale. Preziosi come racconto, assai meno affidabili come statistica indipendente, se guardiamo la cosa con un occhio scientifico.
Ciò che non si trova (e perché vale)
È qui che il nostro “dato mancante” prende forma e si manifesta. Manca, semplicemente, un censimento nazionale sistematico e aggiornato: la cifra delle 160 academy resta appesa a una rilevazione giornalistica di qualche anno fa, e oscilla a seconda di cosa si decide di chiamare “academy” – una vera corporate university, oppure un ufficio formazione ribattezzato con parola più elegante?
Gli studi esistono, ma sono episodici e frammentari: una ricognizione sull’Emilia-Romagna (2016), il rapporto Assoknowledge sulla corporate education (2019), l’analisi di Assolombarda su quindici buone pratiche, qualche ricerca accademica dichiaratamente esplorativa (come quella di Barricelli e Cappiello sui sistemi territoriali di PMI).
Soprattutto, resta invisibile il mondo delle PMI: si racconta chi ha un ufficio stampa, non chi fa formazione seria e silenziosa. E il contesto-Paese aiuta a capire perché permane la nebbia: secondo l’ISTAT, la partecipazione degli adulti italiani (25-64 anni) ad attività di formazione si ferma al 35,7%, ben lontana dal 47% fissato come obiettivo europeo. Un terreno su cui il fenomeno academy somiglia più a un’avanguardia che a una pratica diffusa. Passateci un pizzico di “provocazione”: si sa bene che l’Italia sia prossima, in tante cose, alla posizione di fanalino di coda, nel mondo dell’educazione e della formazione non è da meno e, infatti, il tutto si riconferma (potenzialmente) proprio alla luce di quanto detto sino ad ora.
Progettare senza mappa
L’assenza di una fotografia quantomeno nitida è, allo stesso tempo, un limite e un’opportunità. Chi progetta un’academy oggi lo fa senza benchmark pubblici solidi, con il rischio concreto di imitare il caso famoso di turno invece di partire dai propri bisogni.
Ed è esattamente questo lo spazio in cui lavoriamo: progettare il modello strategico e didattico di un’academy — fisica, digitale o ibrida — con metodo e basi scientifiche, e non per emulazione. Perché la prossima buona academy italiana, con ogni probabilità, non sarà quella più grande. Sarà quella progettata meglio.
Fonti
- Rilevazione Il Sole 24 Ore sulle corporate academy (2021);
- Osservatorio HR Innovation Practice, Politecnico di Milano (2024–2025);
- ISTAT, partecipazione degli adulti alla formazione; Assolombarda, ricerca sulle academy aziendali;
- Nomisma, “Corporate Academy in Emilia-Romagna” (2016);
- D. Barricelli – G. Cappiello, ricerca sulle corporate academy nei sistemi territoriali di PMI;
- Angelini Academy White Paper (Harvard Business Review Italia / SDA Bocconi).

